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IL "VENTENNALE" DEGLI ENTI 103

Simona D'Alessio (*)

La fiducia (ben riposta) nelle opportunità di assistenza del proprio Ente previdenziale da parte degli iscritti. È stato questo uno degli elementi principali emerso durante la terza e ultima celebrazione tenutasi nell’arco del 2016 per il ventennale delle Casse pensionistiche private (sorte grazie al Decreto legislativo 103 del 1996), che si è svolta il 13 dicembre, presso il Centro Congressi Roma Eventi, a due passi da Piazza di Spagna, nel cuore della Capitale; protagonisti della giornata i cinque Enti di «nuova generazione», ossia l’ENPAPI (che accoglie chi esercita la libera professione infermieristica), l’ENPAB (Biologi), l’ENPAP (Psicologi), l’EPAP (Geologi, Chimici, Attuari e Dottori Agronomi e Forestali) e l’EPPI (Periti Industriali), i cui Presidenti Mario Schiavon, Tiziana Stallone, Felice Damiano Torricelli, Stefano Poeta e Valerio Bignami hanno sì illustrato i risultati ottenuti a beneficio dei 160.238 professionisti loro associati, ma hanno pure messo in luce le criticità, a partire dall’onerosa tassazione e dai risparmi alle spese interne i cui proventi (in base alla «spending review», applicata alle Casse, sebbene siano private) devono essere destinati all’Erario e non a migliorare le prestazioni degli iscritti.

         Come accennato, però, grande spazio nel dibattito lo hanno avuto le testimonianze di coloro che figurano negli elenchi degli Enti, in grado di rappresentare in maniera genuina la propria esperienza. Per l’ENPAPI lo ha fatto Simone Cioccari, un infermiere romano che pratica la libera attività dal 2011: la sua storia è quella di chi si è avvicinato con perplessità e pregiudizi alla propria Cassa pensionistica, domandandosi per quale ragione dovesse versarvi i contributi, e in un breve lasso di tempo si è dovuto ricredere, poiché ne ha compreso le potenzialità ed i vantaggi sulla propria pelle. Le prime rimostranze, ha raccontato alla platea, nel corso del convegno, le aveva espresse attraverso un gruppo creato su un «social network», definendo se stesso ed altri colleghi «vittime» dell’ENPAPI; Schiavon, però, venuto a conoscenza di questa protesta che correva sul web tramite una email, ha chiesto di incontrare Cioccari, che si è recato nella sede dell’Ente con qualche altro infermiere. Il faccia a faccia, ha spiegato, si è svolto con il Presidente che «ci ha messi a nostro agio e ha risposto alle nostre domande in modo pacato e gentile, chiarendo i nostri molteplici dubbi frutto di mancanza di conoscenza» in materia previdenziale. Una «bella esperienza», che ha diradato «le macchie scure del nostro non sapere», a partire dalla quale «la considerazione verso l’ENPAPI e verso le persone che vi operano è cambiata radicalmente».

         Il destino, tuttavia, aveva in serbo dell’altro per Cioccari, che ha toccato con mano il valore degli interventi di welfare predisposti dalla sua Cassa: ammalatosi di una patologia genetica nel 2015, ha subito «sette interventi di chirurgia addominale, sempre in regime di urgenza, e rischiando la vita più volte», dopo i quali sono sopraggiunti «problemi fisici» tali da impedirgli di lavorare. Avviata la pratica, l’Ente (che ne ha verificato le condizioni) gli ha «assicurato una importante entrata economica, che mi ha permesso di poter vivere dignitosamente nel mio periodo nero»; purtroppo, una nuova malattia alcuni mesi fa lo ha indotto a contattare nuovamente l’ENPAPI, per capire se «il ripetersi del mio quadro di salute potesse essere valutato per un ulteriore aiuto: con mia grande felicità, mi è stato accordato un nuovo sostegno finanziario, che mi sta aiutando tuttora, durante la convalescenza». Inoltre, ha voluto puntualizzare, «mi sono stati bloccati per un determinato periodo i pagamenti contributivi arretrati che stavo eseguendo, essendomi trovato in una fase di grande difficoltà economica».

         La vicenda di Cioccari, pertanto, come rilevato dallo stesso iscritto, era iniziata con un’opinione negativa della propria Cassa previdenziale, ma l’esito è stato esattamente l’opposto: «sono strafelice – ha, infatti, concluso l’infermiere capitolino – di essermi sbagliato».

(*) Collaboratrice presso ItaliaOggi